A CASA DELLO ZIO ADOLPHE


Una o due volte al mese, a Parigi, mi mandavano a fargli visita, mentre finiva di far colazione, con indosso una semplice giubba, servito da un domestico in livrea di tela a righe bianche e viola. Egli si lagnava borbottando che ero stato molto senza venire, che lo lasciavano in abbandono; m'offriva un marzapane o un mandarino; attraversavamo un salone dove non ci si fermava mai, dove non era mai acceso il fuoco, dove i muri erano adorni di modinature dorate, il soffitto dipinto d'un azzurro che voleva simulare il cielo e i mobili imbottiti di raso come dai nonni, ma in giallo; poi passavamo in quello che lui chiamava il suo gabinetto "da lavoro", che aveva appese alle pareti di quelle stampe rappresentanti su sfondo nero una dea carnosa e rossa nell'atto di guidare un cocchio, in piedi su un globo o con una stella in fronte, che piacevano nel Secondo Impero perché si trovava loro un'aria pompeiana, che poi vennero prese in odio, e che ora tornano a piacere per una ragione unica e sola, nonostante le altre che si adducono; e cioé che hanno l'aria Secondo Impero. E rimanevo con lo zio fino al punto che il cameriere venisse a domandargli, da parte del cocchiere, per che ora bisognava attaccare. Lo zio s'immergeva allora in una meditazione che temeva turbare con un solo movimento il cameriere stupito, e di cui aspettava con curiosità il risultato, sempre identico. Alfine, dopo un'esitazione suprema, lo zio pronunciava infallibilmente queste parole: - Le due e un quarto, - che il cameriere ripeteva con meraviglia, ma senza discutere: - Le due e un quarto? bene... lo dirò...


-- La strada di Swann