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IL LABIRINTO DEL CASTELLO.
Simbolismo e istituzione ne "Il Castello" di Franz Kafka
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LA LOTTA


Dal momento in cui K. giunge al villaggio, noi ci troviamo di fronte alla "descrizione di una battaglia".

Già dall'inizio, con il colloquio tra K. e Schwarzer, il rapporto con il Castello si connota esplicitamente come una lotta.

Tendendo l'orecchio alla conversazione telefonica che Schwarzer ha con il Castello, ed avendo appreso che "il Castello dunque lo aveva nominato agrimensore" K. valuta la cosa soprattutto dal punto di vista della positività/negatività del fatto rispetto ai rapporti delle "forze in campo": egli utilizza una metafora che appartiene al lessico del combattente e dello stratega.

Questo avviene poi lungo tutto il romanzo, e l'interlocutore sempre invisibile, o i segni che da questi giungono a K. sono letti sempre e comunque come provenienti da un nemico (1).

La prima lettera di Klamm consegnatagli da Barnabas, e che pure rassicura K. - almeno momentaneamente - sul suo essere "assunto al servizio del Signor Conte" viene letta come un segno del fatto che, "se la lotta si doveva impegnare, la temerarietà di incominciare l'aveva avuta K. ".

Certo, gli ostacoli da superare sono tanti (2), e la potenza del nemico richiederebbe una strategia improntata ad una cautela che K. si rimprovera di non mettere in atto (3) anche se, in un primo momento, poiché gli sembra di essere "lui l'attaccante.... " pensa di poter essere in una posizione di vantaggio.

Ma per cosa lotta K.? Qual è il suo "grande scopo?

Abbiamo visto che l'arrivo di K. al villaggio si presenta come una ri-nascita, una autogenerazione.

Abbiamo assistito al nascere di un "individuo" che viene al mondo come Atena sorge, armata di tutto punto, dalla testa di Zeus, o come Venere dalle onde del mare.

Entrando in rapporto con la gente del villaggio e con l'organizzazione, con l'istituzione-Castello, K. entra in un gioco sociale in cui egli lotta per il riconoscimento.

Soltanto se K. verrà riconosciuto dall' Altro potrà avere coscienza di sè, poiché noi non esistiamo, e non vi è identità personale se non siamo riconosciuti dagli altri.

Sostanzialmente, il rapporto con il villaggio e con l'istituzione-Castello pone K. al centro del problema dell'identità, ed il suo desiderio è innanzitutto desiderio del desiderio dell'altro.

Ma egli non cerca di conquistare la gente, il loro calore: dice di voler essere come gli altri abitanti del villaggio, ma il suo comportamento, in realtà, è arrogante ed iroso, come quando scaccia i contadini che "lo disturbano" con la loro indiscrezione.... Vuole restare da chi palesemente non lo vuole... se ne vuole andar via da chi gli offre ospitalità; è ingrato verso chi, in qualche modo, gli offre aiuto e cerca le relazioni con la gente del villaggio strumentalmente, solo per giungere al Castello.

Trova il cocchiere con il quale s'era un po' lasciato andare (...) un superbioso e la famiglia di Barnabas "non lo interessava affatto ".

La prima lettera di Klamm viene da K. interpretata come una scelta che gli viene offerta:
"essere un operaio di paese, unito al Castello soltanto da relazioni onorifiche ma solo apparenti oppure non serbare che l'apparenza di operaio, e in realtà lasciar regolare il suo lavoro dalle istruzioni che Barnabas gli avrebbe recato di quando in quando".

Questo significherebbe appartenere al Castello e solo apparentemente al villaggio.

Ma "appartenere" al villaggio, essere un operaio vorrebbe dire avere a che fare con "servizio, superiori, lavoro, salario, conti, operai", e questo significherebbe essere uomo tra gli uomini.

Tra un'appartenenza al villaggio con relazioni solo fittizie con il Castello oppure una appartenenza solo apparente con il villaggio ma un legame reale con il Castello K. non esita: egli non vuole diventare "uomo tra gli uomini".

K. vuole essere accettato non da una comunità ma da un'Istituzione.

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(1) "Invece di procedere con cautela, conformemente alla grandezza dello scopo ed alla potenza del nemico..." (p.,19)

"Era lui l'attaccante...." (p. 92)


(2) "Neppure quando l'ostacolo si presentava così netto egli era capace di trionfarne " (p. 72)

(3) V. nota n.1


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