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IL LABIRINTO DEL CASTELLO.
Simbolismo e istituzione ne "Il Castello" di Franz Kafka
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L'AQUILA E IL LOMBRICO


Klamm è uno dei funzionari del Castello.

Ma è anche il simbolo dell'inaccessibilità e dell'altezza.

Egli non compare mai in primo piano, ma solo attraverso le parole di altri (Olga, l'ostessa).

L'ostessa lo paragona ad un'aquila per la sua lontananza, la sua dimora inaccessibile, il suo mutismo costante, il suo sguardo penetrante "che cadeva dall'alto e che non si poteva mai ne dimostrare nè confutare".

K. pensa "ai cerchi indistruttibili, troppo alti perché (egli) dal suo abisso li potesse turbare, che descriveva secondo incomprensibili leggi e che solo per qualche attimo si potevano intravedere".

Le due dimensioni dell'altezza celeste (Klamm) e dell'abisso terrestre (K. viene anche paragonato , dall'ostessa, ad un "lombrico", lo vede cioè strisciante come un verme) hanno nomi che portano la stessa iniziale...

Di Klamm, come del Dio degli Ebrei nell'Antico Testamento, l'ostessa dice: "Non nomini Klamm, dica "lui", dica come vuole, ma non pronunci il suo nome".

Per l'antica Roma, l'aquila alla quale Klamm viene paragonato rappresentava "il messaggero della volontà che sta in alto".

Lo stesso Klamm è un messaggero... ma di chi, o di che cosa, esattamente, dato che "Klamm non parla neanche con la gente del paese, mai ha parlato con un abitante del villaggio (...) chi può conoscere le sue intenzioni?...".

Anche il suo aspetto fisico è incerto.

K. vede Klamm solo una volta, spiando dal buco della serratura all' "Albergo dei Signori"; egli lo può vedere in pieno viso e ne fa una descrizione minuziosa: ma sarà stato veramente Klamm, quello che ha visto, o l'immagine di Klamm che K. ha colto non sarà stata (come gli suggerirà in seguito Olga) che il risultato della disposizione d'animo che sempre influisce sullo spettatore (e quindi, in questo caso, anche di K.) il quale peraltro non può mai vederlo se non per alcuni brevi istanti?

Tra gli oggetti - ricordo che l'ostessa conserva di Klamm c'è anche un ritratto, che essa venera. Ma non è il ritratto di Klamm: il dio, o il semidio, non si può rappresentare; è il ritratto del messaggero che, a suo tempo, le annunciò che doveva recarsi presso di lui.

Ma se la volontà, le azioni, l'aspetto di Klamm sono tanto indefiniti ed indefinibili da sembrare illusori (ed in ceco, come sottolinea Kundera (1), Klamm significa appunto "miraggio", "imbroglio") gli effetti della sua esistenza appaiono a K. molto concreti: essere (o essere stata) l'amante di Klamm conferisce del "rango", Klamm è stato la "causa prima" del matrimonio dell'ostessa e "la causa immediata" della sua malattia "perchè già prima del matrimonio il suo cuore era logorato dalla passione infelice".

Barnabas si tormenta la notte al pensiero degli ordini di Klamm ed il declino fisico di Frieda, dopo solo pochi giorni di vita in comune con K., viene da questi attribuito al suo allontanamento da Klamm.

Klamm, inoltre, dimentica totalmente le persone che non chiama più a sé (...) ma non è soltanto dimenticanza, è molto di più.

Perchè della gente che si è dimenticata si può sempre rifare la conoscenza. Ma con Klamm è impossibile.

Coloro che egli non fa più chiamare non sono soltanto dimenticati per il passato, ma, letteralmente, anche per l'avvenire.

Ecco allora la madre di Hans malata di nostalgia e la passione infelice che dopo vent'anni ancora tormenta l'ostessa. (2)

In tedesco, Klamm significa "rigido", "duro": anche l'etimologia del nome assume un carattere di ambiguità per il preciso significato che esso ha in entrambe le lingue di Kafka: il ceco ed il tedesco.

D'altra parte, che Kafka "giochi" con i nomi (ho già detto del Conte Westwest, il padrone del Castello) sembra chiaro anche in considerazione del fatto che pure gli altri colleghi di Klamm hanno nomi simbolici, maliziosamente simbolici: Bürgel, che K. incontra per sbaglio nella sua camera all' "Albergo dei signori" viene da "bürgen"= "garantire" ; Erlangen, che convoca K. per trasmettergli l'ordine di lasciare Frieda, viene da "eriangen"=" ottenere", e che in realtà ottiene che K. lasci Frieda.

Il nome di Momus, il segretario rurale di Klamm ed incaricato di sottoporre K. al famoso interrogatorio al quale questi si rifiuta di sottostare, viene fatto derivare da quello del dio greco della maldicenza.

Tra i funzionar!, la confusione di ruoli, di attribuzioni e di competenze è simbolicamente rappresentata dalla confusione che spesso si fa tra i cognomi, che si distinguono solo per una consonante, di Sordini e Sortini.

E che dire di Barnabas, il messaggero travagliato dal dubbio circa il proprio essere effettivamente al servizio del Castello, e su questo incessantemente confortato dalla sorella Olga, il cui nome in ebraico (terza lingua di Kafka...) significa "Figlio del conforto"?

K. è sempre più consapevole del potere che Klamm comunque esercita, tanto da sentirsi nei suoi confronti ormai preso da un rapporto che gli fa dire: "Tutte le volte che sento nominare Klamm non posso trattenermi dal pensare a me stesso ".

Sembra, in certi momenti, che poter avvicinare Klamm informalmente, potergli parlare (anche a costo di non essere nemmeno ascoltato) divenga l'esigenza prioritaria, l'unica condizione perchè K. possa esistere (3).

È forse proprio per questo che gli riesce diffìcile esprimere quel che vuole da lui e che gli fa mettere in secondo piano l'importanza, che dovrebbe essere invece prioritaria, di aver di fronte il funzionario che ha il potere di concedergli o negargli la carica ufficiale di agrimensore del Castello.

Siamo nel pieno della dinamica hegeliana servo-padrone, del desiderio del desiderio dell'altro.

"Dicono che apparteniamo tutti al Castello, che non ci sono distanze", dice Olga, ma è molto chiaro che "in certi casi non è vero affatto": anche qui, i confini sono ambigui, incerti.

I funzionari non amano mischiarsi agli uomini del villaggio, ma nel villaggio, il sindaco ed il maestro sono la "longa manus" del Castello; tutti appaiono, per quanto riguarda il Castello, degli "iniziati" di fronte al "forestiero", al vagabondo" K. che non sa nulla, non può saper nulla di come vanno le cose.

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(1) Milan KUNDERA, op. cit.

(2) "Così a lungo, dunque, si resta fedeli a Klamm" nota K.

(3) "L'essenziale, per me, è di potergli stare di fronte... "


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